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da
"Nuoce gravemente alla tristezza" |
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MORIRE PER DELLE
IDEE
(Testo: Fabrizio De Andrè, Musica:
Nelson Ghirelli)
Morire per delle idee, l’idea
è affascinante,
per poco io non morivo senza averla
mai avuta,
perché chi ce l’aveva,
una folla di gente,
gridando “viva la morte”
proprio addosso mi è caduta.
Mi avevano convinto e la mia Musa insolente
abiurando i suoi errori aderì
alla loro fede
dicendomi, peraltro, in separata sede:
Moriam per delle idee, va be’,
ma di morte lenta.
Approfittando di non essere fragilissimi
di cuore
andiamo all’altro mondo bighellonando
un poco,
perché forzando il passo succede
che si muore
per delle idee che non hanno più
corso il giorno dopo.
Ora, se c’è una cosa amara
e desolante
è quella di capire all’ultimo
momento
che l’idea giusta era un’altra,
un altro movimento,
moriam per delle idee, va be’,
ma di morte lenta.
Gli apostoli di turno che apprezzano
il martirio
lo predicano spesso, per novant’anni
almeno;
morire per delle idee, sarà il
caso di dirlo,
è il loro scopo di vivere, non
sanno farne a meno.
e sotto ogni bandiera li vediamo superare
il buon Matusalemme nella longevità,
per conto mio, si dicono in tutta intimità:
Moriam per delle idee, ma di morte lenta.
E voi, gli sputafuoco e voi, i nuovi
santi,
crepate pure per primi, noi vi cediamo
il passo,
però, per gentilezza, lasciate
vivere gli altri,
la vita è, grosso modo, il loro
unico lusso,
tanto più che la carogna è
già abbastanza attenta
non c’è nessun bisogno
di reggerle la falce,
basta con le garrote in nome della pace,
moriam per delle idee, ma di morte lenta. |
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da
"Titanik" |
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POLESINE
(Testo: Gigi Fossati, Musica: Sergio
Liberovici
Adattamento: Nelson Ghirelli)
Tera e acoa, acoa e tera
da putini che da grandi,
“Siora acoa ai so’
comandi”
acoa nostra bonasera, bonasera.
Tera e acoa, se laora
soto on sole ca cusina,
tera e acoa la matina
se scumizia de bonora, de bonora.
Tera e acoa, tera nuda,
gnente piante, gnente ombrìa,
sta fadiga mai finia,
la comanda ca se suda, ca se suda.
Tera e acoa a mezogiorno
ch’el paneto ca se magna
ne ghè acoa ca lo bagna
e ghè acoa tuto intorno,
tuto intorno.
Tera e acoa, co’ vien sera
tuti intorno, done e fioi,
a ‘na tecia de fasoi
se ghe fa ‘na bona ziera,
bona ziera.
Tera e acoa, po’ a la note
se se buta sora el leto
e se sogna, par dispeto,
acoa e tera, piene e rote, piene
e rote.
Senpre acoa, senpre tera,
da putini che da grandi
“Siora acoa ai so’
comandi”
po’ se crepa… e bonasera,
bonasera. |
TERRA DI NEBBIE
(Testo: Enzo Castello, Musica: Nelson
Ghirelli)
Cammino con passo pesante sull’argine
grande
E il vento impetuoso di Bora
M’invita a sentire le storie
di tante persone:
Di tempi passati, di antichi dolori,
Di pianti e lamenti di donne e
bambini,
D’indomiti vecchi le lacrime
amare e silenti.
Tra l’Adige e il Po, tra
il mare e il tramonto
la terra di nebbie si stende,
celata allo sguardo.
Nel sole malato, tra il cielo
ed il fango
di gente operosa e tenace il vento
racconta la storia,
tra i rami dei pioppi, sull’argine
grande, fischiando.
E’ duro, mi dice, cantar
di una terra
Di nebbie e confine, contesa da
eserciti ed orde,
Frontiera imprecisa di ricchi
e superbi stranieri
Di Marco e di Pietro vassalli,
E di misera gente che in lacrime
Ed anni di vita versato ha tributi.
E canto del sole che squarcia
le nebbie,
Che spacca la terra, le schiene
e la vita
Di genti orgogliose che affrontan
le acque e le febbri.
Costruiscono chiese e povere case
Che con sé, prima o poi,
porteranno le rotte impetuose.
Ti canto, d’immensi dolori
lontani nel tempo,
Di misere stanze, di gocce di
freddo
Su grigie pareti di fango e di
bocche affamate
Che implorano vita migliore al
destino
E a quel Dio che sembra averle
dimenticate.
Tra l’Adige e il Po, tra
il mare e il tramonto…
E’ triste, mi dice, cantare
di genti
Nelle nebbie nate e cresciute
E in tanto mai grama esistenza
vissute.
E’ ingrato cantar della
terra che genera nebbie,
Raccoglie sudore e lacrime amare
E quello che resta di genti
Perite per fame o pellagra,
Malaria o per guerre lontane,
Partite in esilio a cercare lavoro
A metter da parte tesori, ricchezze,
Tristezza infinita, solitudine
immensa,
Nostalgia sconfinata,
A mettere insieme quel tanto che
basta
A passar la vecchiaia nella terra
del loro rimpianto,
A posar tra le mani la testa canuta
Fissando in silenzio le nebbie
e aspettare
Che il velo si alzi e appaia d’incanto
Irreale, nel sole, la grande pianura.
Tra l’Adige e il Po, tra
il mare e il tramonto… |
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da
"La macina del tempo" |
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LA MACINA
DEL TEMPO
(Testo: Enzo Castello, Musica: Nelson
e Enrico Ghirelli)
Dalla torre un rintocco di campana,
delle sue ore riempie l’universo,
il sole anima la meridiana,
l’ombra d’un chiodo
segna il tempo perso.
Polvere di clessidre lenta la
vita misura
l’ampolla alta è
sempre la più vuota,
la macina del tempo gira da far
paura
nulla risparmia all’uomo
il giro della ruota.
Attimi per millenni confonde,
poi baratta,
eventi e personaggi dissolve e
ancora mostra
uomini e cose passano, resta la
scena intatta,
bramosi tutti salgono su questa
giostra.
La macina del tempo gira senza
posa,
molte ferite apre, poi le ricuce
e cura,
entran da sopra fatti ed esce
chissà che cosa,
setacci su setacci dividon la
mistura
Dosa, misura e pesa, sapiente
il mugnaio,
vuol separare il ricco manto dallo
straccio,
fior di farina scelto avrà
il fornaio
acqua, lievito, sale e dell’uomo
il forte braccio.
Abile l’artigiano nuovi
fatti confeziona,
pane fragrante, pieno di sua memoria,
senza risparmio al popolo lo dona,
è sempre il vincitore a
scrivere la storia. |
TEMPUS FUGIT!
…NOI NO!
(Testo e Musica: Nelson e Enrico
Ghirelli)
Si dice: “Historia magistra
vitae”
“Tempus fugit” “Panta
rei”
frasi fatte, ma non finite:
tempus fugit?… noi no!
Discriminanti son le frasi
così diceva Porcio Catone:
“Delenda est Cartago”
e perché Roma no?
Abbiam riso di Pipino il breve
un po’ meno per il Colleoni,
la storia l’abbiamo letta
solo sui nostri bisogni.
Vieni, bimbo, da papà
ti racconterà la storia
di quest’Italia di poeti,
santi, troie ed arrivisti.
I nostri libri accumulati
davanti a noi e mai usati,
il tempo lascia i suoi avanzi
ma il peso è troppo greve.
I ricordi nella mente
davanti agli occhi la realtà,
ritroviamo le parole
così nessun le trascriverà. |
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da
"2001: Odissea nell'ospizio" |
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SIOR BEPI
(Testo: Enzo Castello, Musica: Nelson
Ghirelli)
L’è ancora distante
co lo vedo rivare,
caminando a fadiga el se poza
al baston
lo speto paziente par sentirlo
parlare,
scoltarlo l’è sempre
na grande emozion.
C’ol conta de quando l’è
partio pa la guera,
la rabia e paura a sentire el
canon,
ancora in ti oci chi morti che
querze la tera,
e vedar distante più chieto
el futuro,
tegnendose struca la pele e rivare
fin sera.
Conteme, sior Bepi, de quanto
è stà duro
el laoro zercà par el mondo
col stomego vodo
e a casa miseria più nera
tacà su ogni muro,
disnare a pan vecio bagnà
dentro al brodo
e a sera la tola sc-iarà
da na sola candela,
zenàre spartendose in tri
on bel ovo sodo.
Col tenpo, sior Bepi, a sen saltà
in sela,
in casa ghè l’acoa,
la luce e la television,
ghè fioi e neodi ca gira
col franco in scarsela
che vedarli tanto contenti te
vien el magon,
pregando chi tegna la strada e
n’i vaga in t’el fosso
sarìa a olte mejo mostrarghe
ala schina el baston.
El gà canpà tanto
e parà zò qualche
gosso,
ma tuto da sempre cunzà
con tanta speranza,
sicuro ch’el tenpo sistema
anca el guaio più grosso
questo el me conta con vera creanza
che ai tenpi ch’el iera
putin insegnava la scuola,
maestri a menar la bacheta con
tanta costanza.
Lo vedo ch’el varda distante,
la mente la xola,
l’è vecio, ma el
pensa al futuro con tanto coragio,
e al dì ca bisogna partire
come a na fola,
avisando nessun, senza baston
tacarà n’altro viagio,
col sole davanti, l’odore
de l’erba e di fiuri in
t’el naso,
sentà sula porta de casa
vegnendo la sera…
ai primi de magio. |
SIAMO QUELLI
CHE…
(Testo e Musica: Nelson Ghirelli)
Questo tempo così veloce
potrà cambiare la nostra
voce
Ma non quello che dirà.
Ma dove sono gli altri come noi,
forse pensano a quello che faranno
O a quello che non faranno più.
Siamo quelli che hanno cantato:
“Tra l’Adige e il
Po, tra il mare e il tramonto
La terra di nebbie si stende celata
allo sguardo.”
Sotto albe e tramonti della nostra
terra, vecchie strade in mezzo
a questa gente, che sa accettarsi
per quello che è,
che non esclude chi non lo è,
che sta a guardare,
che fa finta di niente, che prende
decisioni, che vive la sua vita,
sempre e molto semplicemente.
Ma dove sono gli altri come noi,
forse pensano prima di parlare,
O a quello che non diranno più.
Siamo quelli che hanno cantato:
“Tera e acoa, acoa e tera,
da putini che da grandi,
Siora acoa ai so comandi, po’
se crepa e bonasera, bonasera.”
Provare, lottare, credere e sperare,
e avere sempre molte
cose da fare, anche quelle magari
in cui poi non crede
più, anche quelle magari
che non gli vanno giù,
che si ribella, che si sente impotente,
ma prende decisioni e trascorre
la vita
sempre e molto semplicemente.
Ma dove sono gli altri come noi,
forse pensano a quello che diranno
o a quello che non vedranno più.
Siamo quelli che hanno cantato:
“La macina del tempo gira
senza posa,
molte ferite apre, poi le ricuce
e cura.
Uomini e cose passano, resta la
scena intatta
tutti voglion salire su questa
giostra.”
Questo tempo così veloce
potrà cambiare la nostra
voce,
ma non quello che dirà. |
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da
"Braghe de veludo" |
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BARUCHELA BLUES
(Testo e Musica: Nelson e Enrico Ghirelli)
Baruchella non abita più qui?
El posto l’è ancora quelo,
a lo saémo,
ma el tempo l’è on scultore
desgrazià
ch’el smartela la vita lentamente
e solo ricordando se n’incorzemo.
La natura, se sa, ne la fa salti,
ma la civiltà di omini, quela
si,
el salto l’è sta grande,
fato in pressia,
l’è par questo ca ne vedemo
più
le robe ca vedea i nostri veci,
ch’el mondo sparìo, desmentegà,
coerto de nebia e de malinconia.
Baruchella non abita più qui?
I putei, adesso, foresti in casa soa
i prova a domandare, i zerca de savere
notizie su on vecio, picolo paese
che on giorno, in silenzio, l’è
‘ndà via
coi so fantasmi, le so sporte piene,
senza farne savere indòe ch’el
‘ndasea.
On indirizo? Zerchè in t’el
passato
che n’el ga strade e gnanca segnai,
ma on punto fisso, che iè i ricordi.
Zercare, zercare e ne riussire a catare
la bona strada par tornare indrio,
el tenpo el passa, el scultore el smartela,
el tenpo passa… ieri l’è
zà doman!
Baruchella non abita più qui?
Ciao, Baruchela, vista da lontan
da n’altro tenpo, da n’altra
prospetiva,
fata de canpi, strade, zente vera
e sogni ca ne se dismissia più. |
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da
"Sopra la panca..." |
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SOPRA LA PANCA...
(Testo: Enzo Castello)
Desora la panca la cavara campa,
soto la panca la cavara crepa,
in fondo me pare che el mondo, sia come
'na panca
quante cavare passa intorno a 'sta panca...
e quante ca vole saltarghe dessora!
Sora la panca le cavare campa,
soto la panca le cavare crepa...
Ma parchè stemo sempre a pensare
à la cavara... e gnente à
la panca??
Cossa farala la panca, con tute 'ste
cavare sora??...
Ghe caso che soto la cavara la panca
crepa!!!
Par longo o traverso, vegnarà
pure el dì che la crepa,
e sirà in te chel dì che
la cavara,
che credea da campare par sempre sora
la panca,
creparà soto la panca cha ga
fato crepare,
on mazelo de cavare soto la panca che
nissun pol giustare.
Elora brasole de cavara... e cuosse...
e custine,
pò pele par fare le scarpe, guanti
e zavate,
gradele piene de cavare, cha campava
sora la panca
cusinà da le bronze de legno
de panca, ca credevino mai le podesse
crepare.
Crepa le cavare, crepa la panca
e crepa anca le cavare che gnan le saea
da essare sora la panca.
Forse s'en ancora in tempo a salvare
cavare e panca...
dipende sa ghemo el zarvelo da cavare...
e la testa da panca. |
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da
"Tute le strade iè piene
de buse" |
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DIETRO OGNI SCEMO
C'E' SEMPRE UN VILLAGGIO
(Testo e Musica: Nelson e Enrico Ghirelli)
Giorni e mesi passano, ormai non più
lenti,
mesi e giorni violenti come la memoria:
può essere che in due ore ti
scriva una storia
per trovarsela, poi, davanti col coltello
tra i denti.
Anche la notte non gli dà più
ristoro:
la gente sogna se stessa e lui sogna
loro.
“Prova ad avere l’universo
nel cuore
e non saperlo dire con le parole”.
Gli dicono scemo, da noi anche ‘mona’,
non avendo segreti né in chiesa
né in banca,
perché possiede solo quel che
gli manca
per provare a sognare, per sapere volare.
Racconta le sue storie a uomini delusi
che ridono fissandolo, vuoti e confusi,
e recita una parte fastidiosa per la
gente
facendo della vita una commedia irriverente.
La racconta ad un mondo che è
diventato ‘branco’
che convive da sempre, prevenuto, al
suo fianco.
“Prova ad avere l’universo
nel cuore
e non saperlo dire con le parole”.
Gli dicono scemo, da noi anche ‘mona’,
non avendo segreti né in chiesa
né in banca
perché possiede solo quel che
gli manca
per provare a sognare, per sapere volare.
La gente sta dietro come una malattia,
come una sfortuna, come un’anestesia,
come un’abitudine, come un’anomalia
per chi viaggia contromano nella sua
utopia. |
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da
"A carte descoerte" |
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E DOPO TUTTI DA
ALFREDO
(Testo: Enzo Castello, Musica: Nelson
Ghirelli)
Catarse a pensare cos’ ca faremo
par darghe a ‘sta zente on fià
de alegria,
mi penso… mi digo… ti te
sì proprio scemo,
idee ca vien fora, vardà e butà
via,
tayare, cusire de lengoa e de pena:
l’è fadiga de metare el
spetacolo in scena.
E dopo… tuti da Alfredo.
Spètase, Alfredo, ‘stà
miga sarare,
come le frece a sen drio rivare,
‘na pizza, ‘na stria, ‘na
bira scura
ca ghemo ‘na fame da fare paura.
E taca le prove, inparemo la parte,
se movemo sul palco, se pare ch’el
vaga,
proven difarente… e se canbia
le carte
giremo el cortelo dentro la piaga.
Tra le nove e le diese s’en rivà
spargugnà
e co’ riva le ondase semo tuti
stressà.
E dopo… tuti da Alfredo.
Alfredo stà fermo, tien verta
la porta,
beven ‘na butilia, tayemo ‘na
torta,
miti su la toaya, biceri e toayoi,
dasse coèl ca te ghè,
anca coatro fasoi.
Ariva Novenbre, on sabo de sira,
la sala del Prete l’è piena
de zente,
ormai ghe sen dentro, la paura la tira,
ripassemo la parte, femo finta de gnente,
el publico el ruza, bisòn scumiziare,
ghe sen proprio tuti, tachen’
recitare.
E dopo… tuti da Alfredo.
Alfredo tien duro, semo chì fora,
magnemo de pressia, po’ ‘ndemo
via,
bevemo ‘na bionda, ‘na rossa
e ‘na mora
che apena vudà l’è
zà bela e sparia.
Tuto va lisso, s’à godesto
la zente,
le face serene, i va casa contenti,
semo stà bravi, sbalià
coàsi gnente.
Zà zerchen idee nove e tuti pensen
ai testi, ale scene, al palco e ai costumi
par coèl ca faremo ‘st’ano
che vien.
E dopo… tuti da Alfredo.
Ghen bevù e magnà a coàtro
ganasse,
dame ‘na graspa o ghe lasso le
straze,
domanden “coànto elo?”,
gnanca el se scolta,
saludemo e ‘nden via… pagaren
st’altra olta. |
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